sabato 17 agosto 2019
Chernobyl, la serie tv
Ultimata la visione della serie tv in cinque puntate, torno a scrivervi degli eventi di Chernobyl, nella versione che passa dall’occhio della macchina da presa diretta da Johan Renck, che a sua volta ha raccolto informazioni da un libro-denuncia di Svetlana Alexievich, nel corso della carriera premiata anche con il Premio Nobel per la letteratura. Johan Renck, oltre ad aver diretto episodi di Breaking Bad, Vikings e The Walking Dead, ha avuto lo stesso ruolo in videoclip musicali di artisti come Madonna, Kylie Minogue, Robbie Williams e gli scomparsi Chris Cornell e David Bowie, che l’ha scelto per dirigere due dei tre videoclip del suo ultimo album in studio, “Blackstar”.
Non gli ultimi arrivati, forti anche di una storia che, di fatto, è la cronaca di eventi reali ricamati il giusto da una fiction funzionale ai tempi televisivi. Come ho già detto qui, ho visto numerosi filmati sul disastro di Chernobyl prima della miniserie televisiva, ragion per cui ho potuto intuire i punti inventati (pochi) per rendere interessante la visione da ciò che è preso da documenti reali (la maggior parte). Le mie impressioni sulla pellicola confermano i buoni voti presi su siti e giornali del settore, e la brevità, cinque puntate senza possibilità di rinnovo, danno a tutta l’opera un’impronta ben precisa: un lungo film, diviso per convenienza in 5 pezzi, che inizia e finisce, senza timore di essere snaturato da ascolti stratosferici che possano spingere gli autori a produrre altre stagioni.
Tutto perfetto per quel che intendo io come serie tv, anche se forse più di qualcuno amerebbe un seguito di “Chernobyl”, magari solo televisivo e senza prendere spunto da altri disastri nucleari (già a Fukushima c’è stato un “seguito” reale di cui avremmo fatto a meno).
Una delle cose che ho maggiormente apprezzato, oltre alla quinta puntata con il processo ai responsabili (e la denuncia sui motivi dell’esplosione), sono state le informazioni a margine della sigla finale. Già sapevo che, nonostante i morti siano stimati in diverse decine di migliaia, l’Unione Sovietica ne riconobbe 31 nel 1987 e da allora non ha mai rivisto le stime. Di fatto, solo gli scienziati morti nell’esplosione e quelli presenti nella struttura il 26 aprile 1986 alle ore 1:23:45 secondi circa. Ma altri particolari che non sapevo mi hanno colpito, come la sorte di alcune delle persone accorse per sventare danni peggiori. Senza contare gli aggiornamenti sui vestiti che i pompieri avevano addosso quando hanno tentato di spegnere l’incendio con semplice acqua.
Tutto da seguire, magari dopo aver letto qualcosa, fosse anche solo la pagina Wikipedia sul disastro di Chernobyl. Vi preparerà e vi farà apprezzare meglio la serie tv.
martedì 30 luglio 2019
Chernobyl, l’evento
Qualche tempo fa Youtube ha cominciato a consigliarmi video riguardanti studi sulla centrale nucleare di Chernobyl, che ne hanno reso tristemente famosa la zona. Non seguendo molto la televisione per mancanza di tempo, i primi giorni, come gli abitanti di Chernobyl non sapevano dell’esplosione del nocciolo del reattore, io non sapevo della serie TV apprezzata più della pietra miliare rappresentata da Game of Thrones, e che stava riportando in auge la questione in tutte le salse.
Ho visto molti dei filmati, tra cui l’intera puntata dedicatale da Piero Angela a Superquark, scoprendo alcuni particolari che mi erano finora sfuggiti. L’esperimento andato male nel 1986 per la forte negligenza del personale è solo la punta dell’iceberg, con i vertici politici russi che hanno di fatto causato altre morti tentando di tenere nascosto il disastro nucleare. Ma scoprire che l’incendio, adesso, a 33 anni di distanza, non è ancora spento, o ancora che la zona non sarà abitabile per altri millenni, lo ignoravo. Però avevo altri elementi su cui misurare la gravità dell’episodio, legati a quand’ero bambino.
Infatti, del 1986 ricordo molte cose (come la “Mano di Dio” e il gol più bello della storia del calcio di Maradona ai mondiali sulla cui vittoria finale dell’Argentina c’è un suo grosso, e decisivo, zampino), tra cui i timori dei miei genitori sull’acquistare la verdura. Mi sono chiesto: e se fossimo stati nell’epoca dei social già allora cosa sarebbe successo? Una parziale risposta si può avere dall’altro grosso disastro nucleare, di Fukushima nel 2011, che però non ha riguardato così direttamente l’Italia, quindi la risposta è appunto lacunosa. Ma se ci fossero stati i social network nel 1986 mi immagino i link di fake news, la disinformazione continua e quant’altro, in grado di peggiorare la percezione di un fatto già tragico di suo.
Ecco, questo è il motivo per cui l’informazione dovrebbe essere sempre corretta e veritiera. Anche i duri e puri del complotto a tutti i costi, sotto sotto, si fidano di ciò che leggono, ma le fonti principali non sono sempre scevre di errori.
Ho recuperato la miniserie in 5 puntate su Chernobyl e, anche se la visione prosegue a rilento, tornerò a scriverne quando avrò finito, per parlarvi di una serie TV che mi sta già appassionando molto, e non sono ancora arrivato a metà.
domenica 30 giugno 2019
It all ended with the big bang
Nei giorni scorsi ho visto le ultime due puntate della dodicesima stagione di “The Big Bang Theory”, “La costante del cambiamento” e “La Sindrome di Stoccolma”. Innanzitutto voglio precisare, in caso non foste ancora riusciti a vedere la fine di un telefilm cominciato nel 2007 e proseguito fino ad ora, che non ci saranno spoiler. Per chi invece ha terminato la visione, capirete di cosa sto parlando senza che io nomini esplicitamente gli eventi.
I colpi pirotecnici, in realtà, almeno per me erano abbastanza telefonati, seppur toccanti nel modo in cui sono stati posti. Avevo dato per scontato un nuovo bimbo in arrivo, ma con quattro protagonisti maschili di cui tre sposati (in realtà i papabili sono tre, dato che Howard ha fatto una vasectomia) non era difficile aspettarselo. Ma la cosa che mi ha più colpito è stato come tutti i pezzi siano stati incastrati alla perfezione dagli sceneggiatori. Sheldon dimostra un’umanità come mai prima, nei confronti della moglie Amy ma anche di tutti gli altri; Leonard e Penny, se paragonati alla prima stagione, sono maturati in modo pazzesco anche se lineare e graduale, in modo da non dare shock ai fruitori della serie TV; Howard e Bernadette, ormai datisi alla vita matrimoniale, sono una coppia felice; Raj è alla perenne ricerca del vero amore, con un divertente colpo di scena nell’ultima puntata; perfino il complessato Stuart, il proprietario della fumetteria, decide di andare a convivere con una ragazza, Denise, superando numerosi blocchi mentali e diventando un uomo.
Un grande assente, a mio modo di vedere, nelle ultime due puntate è stato Zach, l’ex fidanzato di Penny, la cui parabola in “The Big Bang Theory” si conclude poco dopo la metà della dodicesima stagione. Un piccolo ruolo per omaggiare il suo contributo l’avrei ben visto.
E ora, cosa faranno tutti coloro resi “orfani” dalla fine del telefilm? Intanto c’è “Young Sheldon”, per chi non l’avesse ancora visto (come me, ma non so quando lo recupererò), inoltre mai dire mai. Ormai hanno ripreso vecchie serie TV e rifatto di tutto, dieci, quindici, venti anni dopo, quindi non mi stupirei se tra qualche tempo il gruppo di nerd dovesse “resuscitare”. Magari sacrificando parte della qualità, ma pur di rivederli potrei passarci sopra.
martedì 28 maggio 2019
La magia della polacca aversana
Numerose zone italiane hanno le loro tradizioni culinarie, e la Campania, regione in cui storicamente si mangia più che bene, non fa eccezione. Pizza, mozzarella di bufala, sfogliatella, babà, panuozzo, sono solo alcuni fulgidi esempi di come la cura del cibo è certosina. Ad Aversa in particolare è presente un dolce, solitamente mangiato per colazione, che si sta facendo spazio in tutta Italia: la polacca. Viene preparata con pasta morbida all’interno della quale si trova, nella versione classica, crema pasticcera e amarene sciroppate.
Specifico che si tratta della versione classica, la cui paternità è attribuita alla pasticceria Mungiguerra di Aversa, poco meno di un secolo fa, perché negli ultimi giorni ho avuto modo di fare un excursus su questo dolce così caratteristico ed endemico, che secondo l’apprezzamento della clientela si gusta al meglio al bar Pelosi, sempre ad Aversa. A una versione spuria con crema e cioccolato è stata aggiunta la cioccopolacca, con crema di cioccolato, anche se la novità assoluta è la polababà, che unisce la polacca aversana con il babà napoletano. In pratica, stessa preparazione ma uno strato di babà all’interno oltre alla crema.
L’ho trovata in un paio di bar di un paese limitrofo, e mi sono documentato sulla sua origine: appena il 6 marzo di questo anno è stata inaugurata ufficialmente dal bar Empire di Aversa, che ne ha anche registrato il marchio. In poco più di due mesi, sta macinando chilometri per raggiungere in notorietà la versione classica e quella al cioccolato. Non male per un dolce che, nonostante tutto, non si discosta mai dalla sua tradizione quasi secolare.
Ho ovviamente gustato in pochi giorni tutte e tre le varianti, e trovo ottima anche la polababà. Direi che non ci sono altri modi per rivoluzionare la polacca, ma con l’inventiva della gente del Sud, mai dire mai.
lunedì 29 aprile 2019
“Psyco”, Alfred Hitchcock e la teoria delle stringhe
Un po’ di tempo fa ho rivisto “Psyco”, il film del 1960 di Alfred Hitchcock, e oggi per l’ennesima volta mi è venuta in mente una domanda. Il “maestro del brivido”, riconosciuto universalmente come una delle figure principali della cinematografia, ha avuto il suo picco con la storia di Norman Bates, ripresa dai sequel e dalla serie tv su un giovane Norman. Ma il quesito che ora mi pongo e vi pongo è ancor più palese per film come “Gli uccelli” del 1963, con qualche effetto speciale in più.
Dunque, mi chiedevo: Alfred Hitchcock, nato nel 1899 e morto nel 1980, se fosse stato nel pieno della sua carriera adesso, sarebbe diventato comunque un’icona?
La risposta non è semplice e scontata, a mio avviso. L’indubbia qualità avrebbe svettato anche oggi, ma cosa si sarebbe perso per strada? “Gli uccelli” trasmette una suspense continua nonostante i pochi mezzi dell’epoca rispetto a quanto offre ai giorni nostri l’industria dell’intrattenimento, e se l’avesse realizzato nel 2018 avrebbe “giocato” molto di più, ma il rischio di non creare qualcosa di immortale ci sarebbe stato. Invece è ricordato ancora oggi, mentre “Psyco” figura addirittura quattordicesimo nella lista dei 100 film più belli della storia.
Una cosa sento che sarebbe andata diversamente: i premi. Il regista, dopo numerose nomination, ha vinto un solo Oscar e un Golden Globe, entrambi alla carriera (il Golden Globe appena due anni prima di morire). Una notte degli Oscar da protagonista sarebbe stato un traguardo bello e meritatissimo ma, ancora una volta, questo avrebbe cambiato il suo modo rivoluzionario di far cinema?
L’unica risposta potrebbe darla la teoria delle stringhe, restando su un tema caro a chi si occupa della settima arte, ma nel frattempo potete dire la vostra.
venerdì 29 marzo 2019
Friendly Floatees, le paperelle viaggiatrici
Ogni tanto mi piace andare a ripescare vecchie e curiose notizie per vedere se ci sono state novità nel corso dei mesi o degli anni. Non è questo il caso, ma rileggendo i particolari mi è venuto da scriverne per il blog, condividendo con voi questa storia.
Nei primi anni ‘90 erano in commercio i Friendly Floatees, degli animali di plastica galleggiante per rendere più piacevole il bagnetto dei bambini. Venivano chiusi in pacchetti da 4 animali: un castoro rosso, una ranocchia verde, una tartaruga azzurra e una paperella gialla. Solo su quest’ultima era impresso il logo di The First Years, la ditta che le produceva. Ebbene, nel 1992, una nave partita dalla Cina, dove questi giochini venivano prodotti per conto dell’azienda The First Years con sede nel Massachusetts, era diretta in America con diversi container. Per le condizioni meteorologiche avverse, il container con gli animaletti cadde in mare e si ruppe. 7.200 confezioni, per 28.800 giochi galleggianti totali (4 per confezione), cominciarono ad affiorare e farsi trasportare dalle correnti.
Tutto sarebbe finito lì, o al massimo avrebbe fatto aumentare la plastica presente nel Pacifico, ma due studiosi, Curtis Ebbesmeyer e James Ingraham, cominciarono a interessarsi all’argomento: dato che gli animaletti si lasciavano trasportare dalle correnti marine, segnalandone gli avvistamenti avrebbero potuto avere un’idea chiarissima di quali fossero le correnti di tutte le zone in cui venivano trovati. Le paperelle gialle, grazie anche al logo che le rendeva riconoscibili, superarono gli altri tre giochi in fama e vennero studiate nel corso degli anni. Dall’oceano Pacifico in cui erano cadute in acqua, toccarono le coste di Giappone, Alaska, Cile e incredibilmente, dopo un viaggio di 15 anni e 27.000 chilometri, la Gran Bretagna.
Ovviamente la notizia venne accolta con curiosità dalla popolazione, per cui gli animaletti viaggiatori divennero oggetto di collezione, arrivando a essere battuti all’asta, per pezzo singolo, fino a mille dollari (740 euro). Ma Ebbesmeyer e Ingraham erano i più interessati: la rotta seguita dalle paperelle fu disegnata per la prima volta, dando un fondamentale contributo al settore.
Seppure io non abbia trovato novità, la plastica può durare 100 anni prima di essere biodegradata, e quindi c’è ancora tempo per nuove segnalazioni e nuove correnti marine da scoprire. Il fascino della notizia ha ispirato film, pubblicità di automobili, un libro per bambini, una storia di Topolino e molto altro. E ricordate: se vedete una paperella gigante, 32 metri per 25, mentre siete in barca, non siete finiti in un’opera di fantascienza, ma è la “Mamma Papera” più grossa mai creata da un artista, nel caso specifico il belga Florentijn Hofman.
lunedì 25 febbraio 2019
Peste, quando la Morte Nera diventa rinascita
Qualche giorno fa ho scritto un articolo riguardante il
cambiamento del corpo umano nel corso dei millenni. Nell’articolo si faceva
cenno a come i progressi scientifici abbiano diminuito la forza della selezione
naturale, e mi è venuta subito in mente la Peste Nera del 1347-1352, conosciuta
anche come Morte Nera (non quella di Star Wars).
In breve la peste, i cui veicoli di contagio erano le pulci
che vivevano sui topi asiatici, ed esplosa quando le pulci stesse sono passate
ad attaccare l’uomo quando i roditori sono diminuiti, si è spostata dall’Asia
all’Oriente all’Europa in poco tempo, grazie principalmente a scambi attraverso
navi mercantili. Solo in Europa ha fatto diminuire la popolazione del 30%
circa. Decine di milioni di morti che hanno cambiato profondamente il volto e
gli usi e costumi delle popolazioni medievali presenti all’epoca. Il termine “quarantena”
deriva proprio dalla peste nera: era il periodo di 40 giorni in cui le navi
rimanevano attraccate ai porti prima di far scendere i passeggeri, per limitare
(inutilmente) il diffondersi del contagio mortale.
Molte famiglie furono sterminate, in pratica tutti piansero
un familiare morto, compresi bambini di pochi mesi, quindi parliamo di una
tragedia, su quello non si discute. Ma quanto ha fatto in termini di selezione
della specie quella malattia?
Citando due esempi su tutti, la diminuzione della
popolazione, che tornerà sui livelli precedenti alla peste solo alcuni secoli
dopo, portò i contadini a scegliere quale campo coltivare, valutando i migliori
in termini di produzione, e fece aumentare la paga media data la scarsità di
manodopera. Secondo esempio, in verità legato al primo, è quello della copia
dei libri, fino ad allora affidata agli amanuensi con costi molto bassi. Quando
le paghe aumentarono, l’ingegno umano portò alla nascita della stampa, che sarebbe
arrivata molto dopo in presenza di costi contenuti per il lavoro a mano. Lo
stesso passaggio dal Medioevo al Rinascimento è imputabile anche alla peste, e
la selezione naturale fece ovviamente sopravvivere solo le persone più forti.
Nel 2019, invece, siamo in presenza di sovrappopolazione mondiale anche
per le cure mediche sempre migliori. Ma a lungo termine quali saranno le
conseguenze? Ditemi la vostra nei commenti o in altro modo.
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