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sabato 1 marzo 2014

Il tunnel - Parte terza


Qui e qui i due capitoli precedenti del racconto di cui adesso potrete finalmente leggere la fine. So che non vedete l’ora di sapere cosa succede, quindi buona lettura, a fra poco per i saluti.

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Migliaia di occhi strabuzzati, o almeno così sembrava al giapponese dolorante, lo fissavano. Fu un attimo interminabile. Si sentiva respirare piano, molte bocche sbarrate, mentre nessuno aveva il coraggio di rompere il silenzio.
Molto peggio di come mi ero aspettato, rifletté Tsutomu. Almeno i miei colleghi mi parlavano.
Il presidente parve leggergli nel pensiero, perché esclamò: «Yamaguchi, pensavamo non venisse più. L’avremmo compresa, sia chiaro» si affrettò ad aggiungere, dopo aver capito che poteva aver commesso una gaffe.
Tsutomu si rilassò subito e quasi gli scappò un sorriso: non era curiosità, lo guardavano come se fosse lui il presidente. Tra l’altro, non ricordava quanto tempo prima gli aveva dato del lei l’ultima volta. Probabilmente mai.
«Non potevo mancare. Se volete, arrivo subito al punto: tra riposo e antidolorifici non sono al meglio.»
Questa volta qualcuno dei presenti sorrise, dandogli forza per continuare. Parlò in breve dell’incontro di lavoro, ovviamente saltato, e dell’esperienza vissuta.
«Quanti missili hanno lanciato? Ho letto che la città è rasa al suolo.»
«Uno solo, almeno così mi hanno spiegato.» Dalla reazione dei suoi interlocutori, dedusse che le notizie non circolavano con velocità.
Il silenzio che seguì alla sua affermazione era una cappa pesantissima. Gli impediva di vedere la luce in fondo al tunnel, sempre più vicina (le ultime due dosi di antidolorifico le aveva prese in misura minore rispetto alla prescrizione). Lottò per tornare a fissare la luce abbagliante che significava salvezza, e riprese a parlare: «È bastato quello.»
 
BOCKSCAR arrivò su Nagasaki, e i timori di Sweeney si dimostrarono fondati: le nuvole coprivano anche quella città. «Come siamo messi con il carburante?»
«L’autonomia è minima, maggiore.» Aspettavano tutti il prossimo ordine.
«Non c’è tempo da perdere, procederemo con lo sgancio della bomba usando il radar.»
«Un momento.» La voce sicura dell’addetto al radar spezzò la tensione crescente. «C’è uno spiraglio, lì» disse indicando un punto alla destra del velivolo.
«Va bene, ci basta colpire Nagasaki. Puntiamo quel grande stabilimento, mi sembra un buon obiettivo. Procediamo.» Il comando era stato impartito, il resto fu ordinaria amministrazione, se così si poteva definire il lancio di Fat Man, una bomba di quattro tonnellate e mezza, che avrebbe liberato una potenza di 25 chilotoni.
Mentre il velivolo si allontanava dal bersaglio, il maggiore rimase a guardare allibito la bomba che scendeva a gran velocità. Da quando, pochi giorni prima, il pilota Paul Tibbets aveva sganciato Little Boy sulla città di Hiroshima, aveva un’espressione sgomenta fissa sul volto. Supponeva che fosse il prezzo da pagare.
 
Erano da poco passate le undici nella sala riunioni. Tsutomu Yamaguchi non riusciva a far accettare al direttivo della Mitsubishi l’idea che una singola bomba aveva distrutto una città, la macchina bellica americana non poteva essere così potente.
Alla fine il presidente, fino ad allora molto taciturno, disse: «Comunque sia andata, per fortuna lei è sopravvissuto e ora è qui. A Nagasaki siamo al sicuro anche dalle radiazioni.»
Nel silenzio seguente tutti avvertirono un sibilo nel cielo della città. Si voltarono verso la grande vetrata e videro scendere un oggetto sempre più velocemente. «Cosa...»
Tsutomu Yamaguchi pregò, poi la detonazione mandò in frantumi la finestra e si trovarono distesi a terra, sommersi dai vetri.
Questa volta l’uomo vide il fungo luminoso. Era agghiacciante, ma quando non perse i sensi capì che sarebbe sopravvissuto. Di nuovo.
Doveva ricominciare a percorrere il tunnel dal principio, ma forse questa volta la luce sarebbe stata quella giusta.
 
Charles Sweeney morirà il 16 luglio 2004, all’età di 85 anni.
Paul Tibbets morirà l’1 novembre 2007, a 92 anni.
Tsutomu Yamaguchi morirà a Nagasaki il 4 gennaio 2010, all’età di 94 anni per un cancro allo stomaco, dopo aver scritto un’autobiografia sulla sua esperienza.
 
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Ci siamo, è finita. Come ho detto nell’introduzione alla prima parte, il racconto è tratto da una storia vera, seppur romanzata in alcuni punti, che potrete trovare sul mio sito ufficiale, a questo link.
Mi ha fatto piacere ripetere l’esperimento fatto anni fa, seppur purtroppo su un blog che non esiste più (altrimenti vi avrei dato tutti i riferimenti per rivivere l’avventura). Spero sia stato lo stesso per voi, lo spero tanto perché se sono qui a scrivervi, è perché voi siete lì a leggermi. Per questo vi ringrazio.
Potrei replicare quest’avventura in futuro, fatemi sapere se avete apprezzato e se vorreste fare un altro viaggio con me.

sabato 15 febbraio 2014

Il tunnel - Parte seconda



Qui trovate la prima parte del mio racconto “Il tunnel”, per cui non mi dilungo in chiacchiere e vi lascio liberi di leggere.

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Il 9 agosto, il bombardiere B29 Superfortress si preparava alla partenza, con il carico di Fat Man già a bordo. Il maggiore Charles Sweeney aveva ordini precisi, che stava per eseguire non senza remore: ormai conosceva le conseguenze, gli bastava vedere la televisione, cosa che aveva fatto sempre meno negli ultimi giorni.
Radunò l’equipaggio e fece le solite domande. Molti volti erano tirati, si vedeva che come lui avevano mangiato e dormito poco. Non le migliori condizioni per la delicata operazione che si apprestavano a concludere, ma come avrebbero potuto affrontare quella mattina in condizioni ottimali? Per fortuna individuò un paio di elementi più decisi: in patria i giapponesi non erano ben visti e, anzi, ultimamente rappresentavano una minaccia pressante. Avrebbe puntato su di loro, se ce ne fosse stato bisogno, per concludere al meglio la missione.
Ebbe anche tempo per un moto d’orgoglio nei confronti dei suoi uomini, che stavano svolgendo i compiti senza errori. Si ripromise che, una volta lasciatosi quella vicenda alle spalle, avrebbe fatto di tutto pur di assicurargli un futuro tranquillo.
Per quanto riguardava lui, avrebbe volentieri annullato l’operazione anche a costo di essere ucciso, ma in quel caso la morte sarebbe stato l’ultimo problema di cui preoccuparsi. Erano tutti pedine e vittime, non meno dei giapponesi già colpiti così duramente.
 
Tsutomu Yamaguchi si era ripreso in maniera impressionante, e il direttivo, presidente in testa, aveva organizzato una riunione per quella mattina. Non poteva mancare. Con le fasciature ancora in vista, entrò nello stabilimento, diretto alla sala riunioni. Fu una lunghissima camminata nei corridoi: tutti i colleghi lo fermavano, per una (delicata, date le ustioni) pacca sulla spalla, scambiare due parole o solo un sorriso per stemperare la tensione.
In altri contesti, si sarebbe sentito un eroe, ma non voleva esserlo. Voleva anzi che la smettessero di guardarlo così, come un fenomeno da baraccone. Nonostante l’affetto, leggeva in fondo a tutti quegli occhi la voglia di incontrarlo, di incontrare colui che tre giorni prima si era trovato sotto un fungo atomico.
A un tratto si fermò, la gola secca. E se anche i supervisori avessero fatto così? Non credeva di riuscire a sopportarlo.
Bussò alla porta della sala del presidente, mentre i suoi colleghi si dileguavano come per magia.
 
Il bombardiere BOCKSCAR prese il volo e il maggiore Charles Sweeney la parola: «Facciamo in fretta. Tutti ai vostri posti.»
«Maggiore, temo che il cielo su Kokura sia nuvoloso» disse uno dei più giovani, addetto al radar, con il volto concentrato.
«Quando saremo sulla città vedremo. Per ora seguiamo le direttive primarie.» In altri contesti, il ragazzo sarebbe andato incontro a dure conseguenze per il suo timore e l’avventatezza, ma quelli non erano contesti normali, quindi andava bene così. E poi su di lui poteva puntare: era uno dei pochi a essere pienamente convinti della bontà della missione. Gli sarebbe tornato utile.
La recluta comunque aveva ragione: una volta arrivati a Kokura capirono che non potevano sganciare lì la bomba, il cielo era completamente coperto. Avevano atteso anche troppo, giravano inutilmente da diversi minuti sulla città. Sweeney si voltò verso il giovane che aveva parlato poco prima, rendendosi conto che, escluse le poche frasi per aiutare il lavoro del pilota, nessuno aveva aperto bocca. Il ragazzo, concentrato, diede previsioni meteorologiche poco incoraggianti. La scelta toccava al maggiore, che parlò brevemente in radio per confermare i dubbi. Fece un paio di domande all’addetto ai radar che, pur sorpreso nell’essere interpellato, non si scompose e gli diede preziosi consigli. Ora toccava davvero al maggiore.
Pensa, stupido, pensa, si ripeteva mentre decideva il da farsi, un occhio al segnalatore del carburante.
«Non c’è tempo per aspettare, andiamo al bersaglio secondario.» Quello che non disse fu che non sapeva cosa avrebbero fatto se, una volta arrivati, il tempo fosse stato anche lì nuvoloso. Non c’era abbastanza carburante per il piano C.
 
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Anche per questa volta ci fermiamo. Non vedete l’ora di sapere come finisce? Non dovete far altro che cliccare qui.

giovedì 30 gennaio 2014

Il tunnel - Parte prima



Anni fa, su un altro blog ormai defunto, postai un racconto a puntate. Postavo i vari capitoli appena scritti, ovvero senza conoscere ancora nei particolari come sarei andato avanti, e chiedendo consigli ai lettori.
Alcuni utenti furono a dir poco originali nei suggerimenti e diedero alla storia una virata improvvisa. Purtroppo in questo caso non potrò andare avanti bendato e facendomi guidare da voi lettori, prima di tutto perché quello che state per leggere è un mio racconto già pubblicato l’anno scorso in un’antologia, e poi perché tratta una storia vera, per quanto romanzata, e quindi la linea da seguire è già stata tracciata dalla storia.
È uno dei racconti che rileggo con piacere, soddisfatto del risultato. Spero sarà così anche per voi. Buona lettura.

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IL TUNNEL
Paolo Merenda
 
Questo bacio che hai dato non svanirà mai più (Orchestral Manoeuvres in the Dark)
 
 
Ci sono gallerie che restano buie. Non importa quanta potenza sprigionino i fari delle vetture che le attraversano: in alcune gallerie l’unica luce è quella che si vede lontana, all’uscita.
Tsutomu Yamaguchi giaceva in un letto d’emergenza, con gravi ustioni sul lato sinistro del corpo, ma poteva sorridere. Da poche ore aveva ricominciato a vedere. Sì, l’esplosione lo aveva anche accecato, ed era stata così forte da fargli temere di aver perso l’uso degli occhi. I medici lo avevano rassicurato, ma se ci si trova in un nascondiglio antiaereo, bloccato a letto, dopo una simile esperienza, non si ripone molta fiducia in nulla.
Non lo avevano rassicurato sulle conseguenze a lungo termine, però. Nemmeno ci avevano provato, il che paradossalmente gli dava una flebile speranza sulle ustioni, che forse sarebbero sul serio guarite.
Ora che aveva gli occhi per farlo, la luce in fondo al tunnel sembrava più vicina, di pochi passi ma indubbiamente più vicina.
Moltissime altre persone, un soldato si era fatto scappare l’inconcepibile numero di 130.000, non potevano dire la stessa cosa, anzi non avrebbero potuto dire più nulla. Tsutomu invece ci si era ritrovato dentro per caso, arrivato da poco a Hiroshima per lavoro.
Quella stessa mattina, il 6 agosto, appena poche ore prima, aveva un appuntamento per conto della Mitsubishi Heavy Industries. Era stato inviato dai supervisori in quanto progettista di petroliere, uno dei più bravi in seno all’industria, in una delle città all’avanguardia in tal senso. Non ricordava più nulla della sveglia, della colazione e del resto, fino all’autobus, dove la sua vita era cambiata.
Stava scendendo dal tram, questo lo ricordava, e ricordava anche le due persone che, evidentemente più frettolose di lui, lo avevano superato nella inevitabile corsa alle porte. Poi una luce fortissima, un boato terrificante e si era ritrovato all’interno del mezzo, incastrato tra due sedili. Le due persone frettolose erano spalmate sui finestrini: l’onda d’urto le aveva sbalzate indietro, ma trovandosi pochi passi più avanti si erano letteralmente aperte battendo la schiena contro le portiere che stavano per richiudersi.
Mentre perdeva i sensi, molto più in alto Paul Tibbets si rendeva conto delle conseguenze dell’azione. Il colonnello era partito con il suo equipaggio, a bordo del velivolo Enola Gay, per sganciare Little Boy su Hiroshima. Un lavoro come un altro in seno all’esercito, che ad alcuni elementi a bordo del Boeing B-29 andava più che bene, pur di farla pagare ai giapponesi. A lui non interessava tutto questo: era un militare e aveva una missione da compiere. Punto.
Ma nel momento in cui l’ordigno atomico esplodeva, lui vide. La voce fu poco più che un sussurro: «Mio Dio, cosa abbiamo fatto!»
 
La mattina successiva, nonostante il parere contrario dei medici e dei soldati, partì per la sede centrale della Mitsubishi, lasciando la distruzione portata dalla bomba atomica a Hiroshima.
Non poteva restare, non solo per il fallout nucleare, ma perché non avrebbe resistito un’altra notte in quel locale zeppo di feriti.
I suoi occhi funzionavano ormai abbastanza bene, stava camminando a forte velocità nel tunnel, verso l’uscita. Ecco, non voleva ammetterlo ma aveva centrato il punto: doveva ripartire, muoversi, tornando a una vita normale, per quanto possibile. E non lo avrebbe fatto restando in un letto fatiscente, ascoltando gli altri feriti che si lamentavano e che morivano. No, era un sopravvissuto, e voleva continuare a esserlo.
Lui, Tsutomu Yamaguchi, avrebbe voltato pagina. Sorrise al pensiero, fin quando la pelle sotto il mento si tirò troppo e gli fece male alle bruciature, ben fasciate e protette.
Si avviò verso la stazione mentre cercava un giornale, anche se dopo pochi passi rinunciò: gli bastava seguire i discorsi dei pochi civili nelle vicinanze, la versione giapponese dei morti viventi. Settantamila, centomila, centoventimila morti, un fungo atomico largo sei chilometri, ce n’era abbastanza per non voler leggere più nulla sull’argomento. Chissà, forse un giorno avrebbe scritto un libro sulla sua esperienza, anche se non aveva visto il fungo e in effetti non sapeva praticamente nulla di ciò che era successo. Ci si era “solo” trovato dentro.
A volte non serve sapere troppo, anzi è meglio il contrario. Quali sarebbero state le conseguenze per Hiroshima? E per gli altri sopravvissuti? Per lui?
Partì, senza temere nulla. Aveva già oltrepassato l’inferno.

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Per ora abbiamo finito, spero stiate apprezzando. Se volete continuare la lettura qui trovate la seconda parte.