lunedì 25 febbraio 2019

Peste, quando la Morte Nera diventa rinascita


Qualche giorno fa ho scritto un articolo riguardante il cambiamento del corpo umano nel corso dei millenni. Nell’articolo si faceva cenno a come i progressi scientifici abbiano diminuito la forza della selezione naturale, e mi è venuta subito in mente la Peste Nera del 1347-1352, conosciuta anche come Morte Nera (non quella di Star Wars).
In breve la peste, i cui veicoli di contagio erano le pulci che vivevano sui topi asiatici, ed esplosa quando le pulci stesse sono passate ad attaccare l’uomo quando i roditori sono diminuiti, si è spostata dall’Asia all’Oriente all’Europa in poco tempo, grazie principalmente a scambi attraverso navi mercantili. Solo in Europa ha fatto diminuire la popolazione del 30% circa. Decine di milioni di morti che hanno cambiato profondamente il volto e gli usi e costumi delle popolazioni medievali presenti all’epoca. Il termine “quarantena” deriva proprio dalla peste nera: era il periodo di 40 giorni in cui le navi rimanevano attraccate ai porti prima di far scendere i passeggeri, per limitare (inutilmente) il diffondersi del contagio mortale.
Molte famiglie furono sterminate, in pratica tutti piansero un familiare morto, compresi bambini di pochi mesi, quindi parliamo di una tragedia, su quello non si discute. Ma quanto ha fatto in termini di selezione della specie quella malattia?
Citando due esempi su tutti, la diminuzione della popolazione, che tornerà sui livelli precedenti alla peste solo alcuni secoli dopo, portò i contadini a scegliere quale campo coltivare, valutando i migliori in termini di produzione, e fece aumentare la paga media data la scarsità di manodopera. Secondo esempio, in verità legato al primo, è quello della copia dei libri, fino ad allora affidata agli amanuensi con costi molto bassi. Quando le paghe aumentarono, l’ingegno umano portò alla nascita della stampa, che sarebbe arrivata molto dopo in presenza di costi contenuti per il lavoro a mano. Lo stesso passaggio dal Medioevo al Rinascimento è imputabile anche alla peste, e la selezione naturale fece ovviamente sopravvivere solo le persone più forti.
Nel 2019, invece, siamo in presenza di sovrappopolazione mondiale anche per le cure mediche sempre migliori. Ma a lungo termine quali saranno le conseguenze? Ditemi la vostra nei commenti o in altro modo.

giovedì 24 gennaio 2019

Funghi, cerchi delle streghe e un nuovo mistero


Rieccomi qui, nuovo anno e nuovo mistero. La scorsa volta vi ho parlato del peperoncino Ulupica, che viene infettato dal fungo dell’LSD diventando allucinogeno. Non a caso i funghi sono racchiusi, nell’ambito della biologia, in uno dei sette regni che, sommati, incorporano tutte le forme di vita conosciute, e quindi ben differenti da qualunque altra cosa esistente in natura.
Quali sono i rapporti tra funghi e streghe? In un racconto che ho scritto per un’antologia, ho parlato dell’Aspergillus fumigatus, dalle qualità particolari che pare fossero conosciute già dalle “streghe” nel 1300. L’Aspergillus, al contatto, rilascia spore tossiche che, se inalate, inducono uno stato di alterazione simile alle allucinazioni. Ebbene, i prati su cui si ritrovavano le streghe per i sabba pare non fossero altro che campi di Aspergillus, scelti con cura per poterci ballare sopra finché le spore rilasciate dal fungo non le stordivano tipo rave party. Praticamente, la discoteca prima che venisse inventata e senza pusher se non la natura stessa.
Ovviamente ci sono anche altre versioni sulla radice delle credenze che portarono all’Inquisizione, ma questa mi sembra la più affascinante e, al contempo, più divertente: me le immagino occupate a ballare come ossesse e inalare droga di proposito.
Altra radice, ma uguale fascino, hanno i cerchi delle streghe, cerchi di funghi sviluppati in circolo sui prati, con diametri anche di centinaia di metri. In breve, per alcune specie di funghi, quando nasce il primo di un grappolo gli altri si pongono tutti attorno al capostipite. Poi però, i nuovi funghi trovano più facile crescere verso l’esterno che riguadagnare il centro del cerchio, terreno già utilizzato dai loro “antenati” e quindi con pochi nutrienti perché sfruttato in modo massiccio. Dato che la Natura è perfetta, in assenza di ostacoli i cerchi lo sono altrettanto, dando vita a qualcosa che fa pensare agli alieni, al Demonio o a chissà cos’altro. Invece, sono solo una manna dal cielo per chi va a caccia di funghi nei boschi, perché gli basta seguire la circonferenza per farne incetta. E, al ritorno a casa, un bel risottino diventa d’obbligo.

domenica 23 dicembre 2018

Misteri della natura, un ritorno piccante e allucinogeno


Mi sono già occupato su questo blog, in questo intervento, di quanto può essere particolare la Natura, tanto da sembrare a tratti misteriosa se non si hanno le giuste chiavi di lettura per capirla. Conoscenze che in effetti mancano anche adesso agli studiosi del settore, da qui ad esempio le numerose spedizioni di ricerca nelle foreste meno accessibili del pianeta in cerca di nuove forme di vita.
Senza andare troppo lontano, sapevate che esiste un peperoncino allucinogeno? Se state per confondervi associando “peperoncino” a “Messico”, non è il peyote, che non è un peperoncino ma un cactus messicano con queste caratteristiche, ma qualcosa di più vicino a noi.
Parlo del Capsicum Cardenasii, conosciuto come Ulupica, e proveniente da Perù e Bolivia ma diffuso ormai dovunque, anche in Italia. Si tratta di un peperoncino selvatico, difatti ancora adesso viene raccolto prevalentemente in questo modo e non attraverso coltivazioni fatte apposta per il frutto piccolo e tondo. La particolarità di questo prodotto è che, crescendo in maniera selvatica, ha trovato “riparo” nelle vicinanze di alcune graminacee, tra cui la segale cornuta, infettata dal fungo Claviceps Purpurea. Questo fungo è meglio conosciuto per l’alcaloide che contiene, l’acido lisergico, da cui si estrae l’LSD. Dato che, nello stesso terreno, diverse forme di vita trovano l’equilibrio miscelandosi, l’Ulupica ha sviluppato particolari caratteristiche allucinogene. Purtroppo per chi, leggendo questo post, non vede l’ora di cercarli per cibarsene e ascoltare “Lucy in the Sky with Diamonds” dei Beatles, va specificato che la facoltà allucinogena è davvero leggera dato che lo scambio è contenuto, così come la segale cornuta con piante di peperoncini nei pressi non diventa piccante. Difatti l’ho usato in un racconto scritto tempo fa e ho dovuto inventare apposta una versione potenziata dall’uomo.
Delusi? Proverò a parlarvi di un nuovo caso particolare offerto dalla Natura prossimamente, nel frattempo buon Natale. Mangiate molti peperoncini durante il cenone: allucinogeni o no, sono buonissimi e fanno bene.

mercoledì 28 novembre 2018

The Man In The High Castle, buona la terza


Ho appena terminato la visione della terza stagione di Man In The High Castle, uno dei pochi telefilm che seguo con continuità, in attesa di una eventuale nuova stagione di X-Files, che sarebbe la dodicesima, l’arrivo in Italia della dodicesima stagione di The Big Bang Theory (questa già girata e distribuita America) e, a memoria, niente altro.
Doverosa precisazione per chi vuole continuare la lettura: non troverete nessuno spoiler.
Tornando a noi, devo dire che queste dieci puntate sono state come un motore diesel, che è migliorato col passare del tempo. Ho molto apprezzato alcune scelte, altre mi hanno stupito, ma nulla di deludente, forse perché (mi è parso di capire) si sta iniziando a vedere la fine. Un paio di morti eccellenti toglieranno per le successive stagioni personaggi principali di cui si sentirà la mancanza, ma col senno di poi almeno una era giusta. Per le altre attendo alla finestra, poiché credo appunto che tutto sia in chiave di una fine sempre meno lontana.
Vedendo i vari trailer temevo una serie TV che avrebbe virato verso la Resistenza, guerriglia e altro, ma sono stato piacevolmente smentito. Uno dei punti di forza di The Man In The High Castle è presentare tutto come: “Tu, fruitore, stai vedendo come sarebbe il mondo se i nazisti avessero vinto la guerra. Ti muovi in mezzo a loro, ai dissidenti, anche a guerriglia e resistenza, perché no, ma non sentirai cantare Bella Ciao tutto il tempo”. Apprezzo lo sforzo e l’originalità degli sceneggiatori di non fare qualcosa di già visto, fermo restando che ho gradito moltissimo la trilogia di libri (e i quattro film) di Hunger Games, quelli sì sul sovvertire la dittatura come punto centrale. Ovviamente la mano del mai troppo osannato Philip Dick, autore de “La svastica sul sole”, romanzo da cui è tratta la serie TV e ripubblicato col titolo “L’uomo nell’alto castello” in seguito al successo del telefilm, si vede, ma non tutto si limita al suo apporto.
Ultimo aspetto, il cliffhanger finale, ottimo per richiamare a casa i fan quando ci sarà una quarta stagione. Ok, i cliffhanger ormai li vendono un tanto al chilo, ma c’era troppa carne sulla brace per poterla togliere in sole dieci puntate.

domenica 28 ottobre 2018

L’avversario peggiore di Roman Reigns


È di questi giorni la notizia che il WWE Universal Champion, Roman Reigns, si sia di nuovo ammalato di leucemia, dopo aver lottato contro di essa per 11 anni, ed averla sconfitta già una volta. Durante un toccante promo nella puntata di Raw di lunedì scorso, ha reso vacante il titolo ed è stato salutato dai wrestler che con lui formano la stable dello Shield, Seth Rollins e Dean Ambrose.
Roman Reigns è, di fatto, l’uomo di punta, il simbolo moderno del wrestling, quello che ruota sempre attorno alla cintura principale oppure ha feud che mettono in ombra la lotta per la cintura stessa, e con la sua assenza si aprono interessanti scenari. Ora, ovviamente sarei contento se tornasse e avesse un regno da campione di 1001 notti che Sherazade levate, ma la sua gestione mi ha sempre lasciato perplesso: non è mai stato accettato totalmente dal pubblico perché “costretto” a vincere dalla dirigenza che ha puntato su di lui come su nessun altro. Eppure, nelle ultime edizioni di Wrestlemania è sempre andato per il titolo o per match altrettanto importanti (è stato l’unico, oltre a Brock Lesnar, a battere Undertaker allo Showcase of the Immortals), si doveva sempre trovare spazio per lui o farlo perdere in modo che sembrasse comunque dominante.
Ecco, è mai possibile che l’uomo di punta della federazione mondiale di punta (scusate la ripetizione) del wrestling debba farsi da parte solo se ha un tumore? Non sarebbe stato meglio puntare, a suo tempo, su Seth Rollins, Braun Strowman o altri? Lo stesso, lunghissimo, regno, di Brock Lesnar, oltre 500 giorni, si è verificato solo perché veniva sempre rimandato il momento in cui Roman Reigns poteva batterlo senza una veemente protesta dei fan tra il pubblico. E avere Brock Lesnar come eterno traghettatore del titolo WWE in attesa dell’attimo giusto di Reigns la dice lunga su cosa sia stato creato col tempo.
A ogni modo, sperando che torni presto a vincere il titolo e farlo suo per anni, perché significherebbe che sta bene, spero altresì che Vince McMahon, Triple H e chi altri approfittino di questo periodo per creare altri main eventer, così che popoli poco avvezzi al wrestling non conoscano solo le leggende (Shawn Michaels è stato “costretto” al ritorno lottato in Arabia Saudita, ad esempio) e Roman Reigns. Ne guadagnerebbero tutti.

mercoledì 26 settembre 2018

Un film sulla pelle


Qualche giorno fa, spinto dal passaparola e dagli interventi di diversi utenti sui social network, ho visto il film Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, ispirato ai reali fatti di cronaca inerenti l’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi.
Intanto, comincio col dire che per il protagonista, quell’Alessandro Borghi che avevo già apprezzato come “numero 8” Aureliano Adami nel film Suburra, merita tutti gli apprezzamenti ricevuti, anche dalla stessa famiglia di Stefano Cucchi. Il film è stato nella prima rosa dei candidati italiani a uno degli Oscar 2019 prima di cedere il passo a “Dogman”, altro traguardo che attesta il buon lavoro fatto dal cast. Il protagonista ha perso 18 chili, e sia lui che gli altri, come detto in varie interviste, hanno dovuto “cancellarsi” per diventare Cucchi, la sua famiglia, i carabinieri che lo hanno picchiato e così via. La stessa Ilaria Cucchi, sorella di Stefano la quale dal 2009 porta avanti una crociata, ha affermato che Borghi era così somigliante che ha sperato in una fine diversa, quasi come la teoria degli universi paralleli.
Mai come in questo caso, non si può dividere la pellicola dalla realtà: a casa di Cucchi sono stati trovati quasi un chilo di hashish e più di 130 grammi di cocaina, la cui presenza è stata denunciata dai genitori stessi al ritrovamento della droga, diverse settimane dopo la morte del figlio. A onor del vero, non riesco a immaginarmi nessuno che per uso personale tiene bloccati il quantitativo economico di un etto e mezzo di cocaina senza, invece, comprarne un grammo alla volta. La possibilità, quindi, che fosse uno spacciatore e non un ragazzo che fuma uno spinello di tanto in tanto, ha oscurato all’inizio il vero punto focale: se anche fosse stato un pluriomicida, non si può venir picchiati a prescindere dalle forze dell’ordine, il cui compito è arrestare i malviventi, non rompergli le vertebre, la mascella e l’orbita oculare (frattura tra le più pericolose, se anche fosse sopravvissuto avrebbe quasi certamente perso l’occhio). Il fatto che le morti sospette in carcere siano così numerose dovrebbe far capire che qualcosa non va alla base, e Stefano Cucchi non è un caso isolato.
Che poi debba esserci la certezza della pena per chi commette reato, è un’altra questione che andrebbe aggiustata di pari passo col mettere in sicurezza le condizioni carcerarie dei detenuti, insieme anche alla sanità: se fosse stato ben curato, come attestano i controlli fatti sul corpo di Stefano Cucchi, il trentenne non sarebbe morto. Sarebbe bastato somministrargli glucosio e cambiargli il catetere, ostruito, per dargli maggiori possibilità di salvezza. Due azioni alla base delle cure mediche, al di là di tutta l’insensata vicenda, che avrebbero fatto la differenza.

giovedì 2 agosto 2018

Kiki Challenge, la genesi del fenomeno


La polizia di tutto il mondo contro la Kiki Challenge. Il nuovo fenomeno social preoccupa non poco le forze dell’ordine di diversi Paesi, spiega il Guardian, e in tanti cercano di prevenire eventuali rischi.
La polizia di Mumbai ha emanato una circolare in cui chiede di non dedicarsi a questa rischiosa attività, mentre le forze dell’ordine spagnole hanno ricordato che i conducenti delle auto impegnati nella Kiki Challenge potrebbero essere incriminati. In Florida è stata istituita una multa di 1000 dollari con possibili implicazioni penali. Ma gli avvertimenti al momento stanno riscuotendo poco successo.
Un passo indietro: che cos’è la Kiki Challenge? È una di quelle sfide che vengono lanciate tra utenti social periodicamente, come la Mannequin Challenge - in cui si doveva restare fermi come manichini, un po’ come accade con il freeze del Grande Fratello - o la Ice Bucket Challenge - che però aveva degli scopi benefici e non presentava grossi rischi se effettuata senza particolari varianti.
La Kiki Challenge consiste nell’uscire dalla propria automobile mentre ci si trova in strada, improvvisando un balletto sulle note di “In My Feelings”, una delle hit più conosciute di Drake, che nel ritornello recita “Kiki, do you love me?”, da cui il nome della sfida, che viene chiamata anche “In My Feelings Challenge”. Nei filmati che si vedono sui social, si assiste a persone che cadono, che sbattono contro dei pali, che vengono investite - anche se il video più noto in tal senso, con protagonista una ragazza bionda, si è rivelato essere fortunatamente un fake - o scippate.
Tutto è partito dal video di un comico di nome Shiggy, che ha pubblicato un video - divenuto presto virale - in cui balla sulle note della canzone con una coreografia bizzarra. Alla Kiki Challenge hanno aderito anche personaggi famosi, come Ciara oppure Will Smith che si è esibito così sul ponte di Budapest - avvisando però i suoi spettatori di non emularlo.