domenica 29 giugno 2014

Le vere false teste di Modigliani


Negli ultimi tempi sto ascoltando spesso il recente lavoro di Caparezza, “Museica”, non solo perché apprezzo da anni la sua musica, ma anche perché posseggo il cd autografato dall’artista di Molfetta, incontrato nel corso di un meet & greet tenutosi in Campania.

Parlando con un amico con cui condivido questa passione musicale, che non conosceva la storia dietro uno dei pezzi, mi sono accorto che non tutti hanno capito appieno la canzone “Teste di Modì”, che trovo tra le più riuscite dell’intero album, anche perché sono riuscito a cogliere tutte le sfumature in quanto ricordavo perfettamente l’episodio reale da cui Caparezza ha preso spunto.

In pratica, nel 1984 (ho fatto ricerche e pensavo fosse molto più recente) su pressione dei fratelli Durbè, venne festeggiato il centenario della nascita di Amedeo Modigliani cercando di scoprire se una leggenda popolare fosse vera: in pratica si diceva che lo scultore avesse gettato nel Fosso Reale di Livorno alcuni esemplari delle sue celebri teste, in seguito a commenti poco lusinghieri da parte di amici. Vennero effettivamente trovate tre teste, che alcuni eminenti critici d’arte italiani, tra cui Giulio Carlo Argan, giudicarono non solo vere, ma preziosi manufatti. Di contro, Federico Zeri e Carlo Pepi furono scettici, ma risultarono essere le voci fuori dal coro.

Sulle tre teste venne anche scritto un catalogo che venne immediatamente messo in commercio. Il catalogo divenne una rarità in men che non si dica, perché, come dice Caparezza “quelle teste nelle teche sono tre ciofeche fatte da studenti con il Black and Decker”. Poche settimane dopo il ritrovamento, infatti, quattro studenti di Livorno si rivolsero al fortunato periodico “Panorama” denunciando la paternità di una delle teste, portando come testimonianza una foto con tre di loro che lavoravano sulla pietra grezza.

Vera Durbè, sorella di Dario e fautrice della ricerca sul fondale del Fosso Reale, sembrò non credere alla storia, ma le sue labili certezze vacillarono ancor più quando Angelo Froglia, nel tempo libero pittore e scultore, disse di aver creato le altre due teste.

Un autogol completo non tanto per il ritrovamento in sé, ma per i sedicenti esperti d’arte che si sperticarono in lodi, tanto che quando dieci anni più tardi un privato cittadino consegnò alle autorità tre vere teste di Modigliani, che teneva in officina senza darvi importanza, gli esperti d’arte ci andarono molto più cauti.
Trenta anni dopo l’episodio conosciuto come “beffa di Modì”, e tre dopo il film documentario “Le vere false teste di Modigliani”, ci ha pensato Caparezza a portare a conoscenza di un pubblico ancor più vasto una delle pagine più controverse, ma al contempo divertenti, della storia dell’arte italiana.
Eccovi di seguito la canzone “incriminata”. Buon ascolto.

venerdì 30 maggio 2014

Gorgeous George, la leggenda del wrestling secondo I Simpson



Ci sono wrestler, come Hulk Hogan, Undertaker ed Eddie Guerrero, che hanno superato le barriere della loro disciplina sportiva diventando icone, ed esponenti del wrestling che hanno aperto la strada. Colui che possiamo assolutamente definire il più importante in tal senso è Gorgeous George, che ha ispirato (per loro stessa ammissione) artisti e sportivi come Bob Dylan e James Brown, che deve a lui il “personaggio” che ha portato sul palco per decenni, ma anche Ric Flair, sua "copia" su un ring di wrestling, e soprattutto quel genio del ring che è Mohammad Ali, estasiato dopo aver visto una sua intervista radiofonica alla quale era presente dal vivo, nella stazione radio.
Il più recente omaggio a Gorgeous George viene da una serie televisiva che è iconica a sua volta, I Simpson. Proprio ieri ho visto la puntata 14 della serie 24, “Magnifico nonno” (titolo originale appunto “Gorgeous Grampa”), nel quale si scopre, dopo l’ennesima idea balzana di Homer Simpson, che suo padre, Abraham Simpson, è stato in gioventù il famosissimo e odiatissimo wrestler Glamorous Godfrey, un vero e proprio elogio a Gorgeous George già nelle iniziali.
Il wrestler statunitense da cui I Simpson hanno preso spunto ha avuto un ruolo chiave nel mondo dell’intrattenimento, poiché è stato il primo a portare in scena, nel 1940, una gimmick, in tempi subito successivi alle lotte con gli orsi di cui si parla a volte nel cartone animato “L’uomo tigre” e che in realtà hanno fatto parte del wrestling solo agli albori, quando era strettamente legato ai circhi nei quali si esibivano i giganti contro gli orsi. George portava sul ring il personaggio spocchioso e superiore a tutti gli altri, il perfetto heel.
Se non conoscete Gorgeous George, prima di vedere la puntata in questione vi consiglio di visionare qualche suo filmato e di reperire/chiedermi maggiori informazioni. Se già lo conoscete, eccovi I Simpson in “Gorgeous Grampa”.

I Simpson 24x14 "Gorgeous Grampa" 

domenica 13 aprile 2014

Il viaggio del Guerriero


Tempo fa ho scritto un racconto, poi pubblicato su un’antologia di un’associazione culturale di cui sono socio. Ho riproposto il racconto su questo blog per voi lettori, si tratta de “Il tunnel”, che ha come protagonista un uomo e il suo, diciamo, “incontro” con la bomba atomica lanciata in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale. Non vi dico di più, cliccate sul titolo della storia se volete leggerla.
Quelle pagine sono tratte da episodi realmente accaduti, e dimostrano ancora una volta come la realtà spesso superi la fantasia. Purtroppo ciò è successo di nuovo appena pochi giorni fa, con una leggenda del wrestling come Ultimate Warrior. Prendendo spunto dalla realtà, come ho avuto modo di dire anche durante alcune presentazioni del mio libro “Dodici”, si possono tessere storie molto valide, come l’industria di Hollywood ha capito da tempo con i film biografici.
Per Ultimate Warrior, però, la vicenda reale ha un finale molto più triste. La sua vita basterebbe da sola per girarci un film o scriverci un best seller, tra WWF, WCW, abuso di steroidi come da lui stesso confessato e “ritorno alla vita” una volta ripulitosi. Ma gli ultimi giorni di vita di James Hellwig sono quelli più peculiari. In breve, una volta lasciata polemicamente la WWF nel 1996 (seguì una causa che vinse), approdò in WCW nel 1998, probabilmente solo per soddisfare l’ego di Hulk Hogan che voleva batterlo sul ring dopo aver perso contro di lui a Wrestlemania VI nel 1990 (unica sconfitta pulita di Hogan nella WWF), per poi lasciare il wrestling. Nel 2014, dopo quasi 20 anni, decide di tornare in WWE (nuovo nome dell’allora WWF) per essere introdotto nella Hall Of Fame.
In un crescendo velocissimo di emozioni, il 5 aprile si svolge la cerimonia della Hall Of Fame, con lui come star principale. Il 6 va in onda Wrestlemania XXX, nel quale appare sullo stage, mentre il giorno dopo ancora, 7 aprile, compare a Raw per un promo dal sapore profetico, nel quale, tra le altre cose, dice: “Il cuore di un uomo un giorno smetterà di battere, i suoi polmoni esaleranno l'ultimo respiro. E se ciò che quell'uomo ha fatto in vita farà pulsare il sangue nelle vene di altri uomini, la sua essenza diventerà immortale. Lo spirito di Ultimate Warrior vivrà in eterno.
Infine, l’8 aprile, muore a 54 anni. Chi ha parlato con lui gli ultimi giorni, ha descritto un Ultimate Warrior molto affaticato ma anche sereno, che ha cercato di seppellire l’ascia di guerra con tutti coloro con cui aveva litigato, da Vince McMahon ad Hulk Hogan, passando da Jake The Snake Roberts e altri. Forse sentiva avvicinarsi la sua fine, ma come un wrestler ha affermato su Twitter, “gli ultimi giorni era sempre sorridente, se ne è andato in pace con se stesso”. Di sicuro una morte prematura e figlia degli eccessi del passato, ma trovare la serenità non è un traguardo da poco, ed è stata forse la sua più grande vittoria.

sabato 1 marzo 2014

Il tunnel - Parte terza


Qui e qui i due capitoli precedenti del racconto di cui adesso potrete finalmente leggere la fine. So che non vedete l’ora di sapere cosa succede, quindi buona lettura, a fra poco per i saluti.

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Migliaia di occhi strabuzzati, o almeno così sembrava al giapponese dolorante, lo fissavano. Fu un attimo interminabile. Si sentiva respirare piano, molte bocche sbarrate, mentre nessuno aveva il coraggio di rompere il silenzio.
Molto peggio di come mi ero aspettato, rifletté Tsutomu. Almeno i miei colleghi mi parlavano.
Il presidente parve leggergli nel pensiero, perché esclamò: «Yamaguchi, pensavamo non venisse più. L’avremmo compresa, sia chiaro» si affrettò ad aggiungere, dopo aver capito che poteva aver commesso una gaffe.
Tsutomu si rilassò subito e quasi gli scappò un sorriso: non era curiosità, lo guardavano come se fosse lui il presidente. Tra l’altro, non ricordava quanto tempo prima gli aveva dato del lei l’ultima volta. Probabilmente mai.
«Non potevo mancare. Se volete, arrivo subito al punto: tra riposo e antidolorifici non sono al meglio.»
Questa volta qualcuno dei presenti sorrise, dandogli forza per continuare. Parlò in breve dell’incontro di lavoro, ovviamente saltato, e dell’esperienza vissuta.
«Quanti missili hanno lanciato? Ho letto che la città è rasa al suolo.»
«Uno solo, almeno così mi hanno spiegato.» Dalla reazione dei suoi interlocutori, dedusse che le notizie non circolavano con velocità.
Il silenzio che seguì alla sua affermazione era una cappa pesantissima. Gli impediva di vedere la luce in fondo al tunnel, sempre più vicina (le ultime due dosi di antidolorifico le aveva prese in misura minore rispetto alla prescrizione). Lottò per tornare a fissare la luce abbagliante che significava salvezza, e riprese a parlare: «È bastato quello.»
 
BOCKSCAR arrivò su Nagasaki, e i timori di Sweeney si dimostrarono fondati: le nuvole coprivano anche quella città. «Come siamo messi con il carburante?»
«L’autonomia è minima, maggiore.» Aspettavano tutti il prossimo ordine.
«Non c’è tempo da perdere, procederemo con lo sgancio della bomba usando il radar.»
«Un momento.» La voce sicura dell’addetto al radar spezzò la tensione crescente. «C’è uno spiraglio, lì» disse indicando un punto alla destra del velivolo.
«Va bene, ci basta colpire Nagasaki. Puntiamo quel grande stabilimento, mi sembra un buon obiettivo. Procediamo.» Il comando era stato impartito, il resto fu ordinaria amministrazione, se così si poteva definire il lancio di Fat Man, una bomba di quattro tonnellate e mezza, che avrebbe liberato una potenza di 25 chilotoni.
Mentre il velivolo si allontanava dal bersaglio, il maggiore rimase a guardare allibito la bomba che scendeva a gran velocità. Da quando, pochi giorni prima, il pilota Paul Tibbets aveva sganciato Little Boy sulla città di Hiroshima, aveva un’espressione sgomenta fissa sul volto. Supponeva che fosse il prezzo da pagare.
 
Erano da poco passate le undici nella sala riunioni. Tsutomu Yamaguchi non riusciva a far accettare al direttivo della Mitsubishi l’idea che una singola bomba aveva distrutto una città, la macchina bellica americana non poteva essere così potente.
Alla fine il presidente, fino ad allora molto taciturno, disse: «Comunque sia andata, per fortuna lei è sopravvissuto e ora è qui. A Nagasaki siamo al sicuro anche dalle radiazioni.»
Nel silenzio seguente tutti avvertirono un sibilo nel cielo della città. Si voltarono verso la grande vetrata e videro scendere un oggetto sempre più velocemente. «Cosa...»
Tsutomu Yamaguchi pregò, poi la detonazione mandò in frantumi la finestra e si trovarono distesi a terra, sommersi dai vetri.
Questa volta l’uomo vide il fungo luminoso. Era agghiacciante, ma quando non perse i sensi capì che sarebbe sopravvissuto. Di nuovo.
Doveva ricominciare a percorrere il tunnel dal principio, ma forse questa volta la luce sarebbe stata quella giusta.
 
Charles Sweeney morirà il 16 luglio 2004, all’età di 85 anni.
Paul Tibbets morirà l’1 novembre 2007, a 92 anni.
Tsutomu Yamaguchi morirà a Nagasaki il 4 gennaio 2010, all’età di 94 anni per un cancro allo stomaco, dopo aver scritto un’autobiografia sulla sua esperienza.
 
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Ci siamo, è finita. Come ho detto nell’introduzione alla prima parte, il racconto è tratto da una storia vera, seppur romanzata in alcuni punti, che potrete trovare sul mio sito ufficiale, a questo link.
Mi ha fatto piacere ripetere l’esperimento fatto anni fa, seppur purtroppo su un blog che non esiste più (altrimenti vi avrei dato tutti i riferimenti per rivivere l’avventura). Spero sia stato lo stesso per voi, lo spero tanto perché se sono qui a scrivervi, è perché voi siete lì a leggermi. Per questo vi ringrazio.
Potrei replicare quest’avventura in futuro, fatemi sapere se avete apprezzato e se vorreste fare un altro viaggio con me.

sabato 15 febbraio 2014

Il tunnel - Parte seconda



Qui trovate la prima parte del mio racconto “Il tunnel”, per cui non mi dilungo in chiacchiere e vi lascio liberi di leggere.

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Il 9 agosto, il bombardiere B29 Superfortress si preparava alla partenza, con il carico di Fat Man già a bordo. Il maggiore Charles Sweeney aveva ordini precisi, che stava per eseguire non senza remore: ormai conosceva le conseguenze, gli bastava vedere la televisione, cosa che aveva fatto sempre meno negli ultimi giorni.
Radunò l’equipaggio e fece le solite domande. Molti volti erano tirati, si vedeva che come lui avevano mangiato e dormito poco. Non le migliori condizioni per la delicata operazione che si apprestavano a concludere, ma come avrebbero potuto affrontare quella mattina in condizioni ottimali? Per fortuna individuò un paio di elementi più decisi: in patria i giapponesi non erano ben visti e, anzi, ultimamente rappresentavano una minaccia pressante. Avrebbe puntato su di loro, se ce ne fosse stato bisogno, per concludere al meglio la missione.
Ebbe anche tempo per un moto d’orgoglio nei confronti dei suoi uomini, che stavano svolgendo i compiti senza errori. Si ripromise che, una volta lasciatosi quella vicenda alle spalle, avrebbe fatto di tutto pur di assicurargli un futuro tranquillo.
Per quanto riguardava lui, avrebbe volentieri annullato l’operazione anche a costo di essere ucciso, ma in quel caso la morte sarebbe stato l’ultimo problema di cui preoccuparsi. Erano tutti pedine e vittime, non meno dei giapponesi già colpiti così duramente.
 
Tsutomu Yamaguchi si era ripreso in maniera impressionante, e il direttivo, presidente in testa, aveva organizzato una riunione per quella mattina. Non poteva mancare. Con le fasciature ancora in vista, entrò nello stabilimento, diretto alla sala riunioni. Fu una lunghissima camminata nei corridoi: tutti i colleghi lo fermavano, per una (delicata, date le ustioni) pacca sulla spalla, scambiare due parole o solo un sorriso per stemperare la tensione.
In altri contesti, si sarebbe sentito un eroe, ma non voleva esserlo. Voleva anzi che la smettessero di guardarlo così, come un fenomeno da baraccone. Nonostante l’affetto, leggeva in fondo a tutti quegli occhi la voglia di incontrarlo, di incontrare colui che tre giorni prima si era trovato sotto un fungo atomico.
A un tratto si fermò, la gola secca. E se anche i supervisori avessero fatto così? Non credeva di riuscire a sopportarlo.
Bussò alla porta della sala del presidente, mentre i suoi colleghi si dileguavano come per magia.
 
Il bombardiere BOCKSCAR prese il volo e il maggiore Charles Sweeney la parola: «Facciamo in fretta. Tutti ai vostri posti.»
«Maggiore, temo che il cielo su Kokura sia nuvoloso» disse uno dei più giovani, addetto al radar, con il volto concentrato.
«Quando saremo sulla città vedremo. Per ora seguiamo le direttive primarie.» In altri contesti, il ragazzo sarebbe andato incontro a dure conseguenze per il suo timore e l’avventatezza, ma quelli non erano contesti normali, quindi andava bene così. E poi su di lui poteva puntare: era uno dei pochi a essere pienamente convinti della bontà della missione. Gli sarebbe tornato utile.
La recluta comunque aveva ragione: una volta arrivati a Kokura capirono che non potevano sganciare lì la bomba, il cielo era completamente coperto. Avevano atteso anche troppo, giravano inutilmente da diversi minuti sulla città. Sweeney si voltò verso il giovane che aveva parlato poco prima, rendendosi conto che, escluse le poche frasi per aiutare il lavoro del pilota, nessuno aveva aperto bocca. Il ragazzo, concentrato, diede previsioni meteorologiche poco incoraggianti. La scelta toccava al maggiore, che parlò brevemente in radio per confermare i dubbi. Fece un paio di domande all’addetto ai radar che, pur sorpreso nell’essere interpellato, non si scompose e gli diede preziosi consigli. Ora toccava davvero al maggiore.
Pensa, stupido, pensa, si ripeteva mentre decideva il da farsi, un occhio al segnalatore del carburante.
«Non c’è tempo per aspettare, andiamo al bersaglio secondario.» Quello che non disse fu che non sapeva cosa avrebbero fatto se, una volta arrivati, il tempo fosse stato anche lì nuvoloso. Non c’era abbastanza carburante per il piano C.
 
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Anche per questa volta ci fermiamo. Non vedete l’ora di sapere come finisce? Non dovete far altro che cliccare qui.

giovedì 30 gennaio 2014

Il tunnel - Parte prima



Anni fa, su un altro blog ormai defunto, postai un racconto a puntate. Postavo i vari capitoli appena scritti, ovvero senza conoscere ancora nei particolari come sarei andato avanti, e chiedendo consigli ai lettori.
Alcuni utenti furono a dir poco originali nei suggerimenti e diedero alla storia una virata improvvisa. Purtroppo in questo caso non potrò andare avanti bendato e facendomi guidare da voi lettori, prima di tutto perché quello che state per leggere è un mio racconto già pubblicato l’anno scorso in un’antologia, e poi perché tratta una storia vera, per quanto romanzata, e quindi la linea da seguire è già stata tracciata dalla storia.
È uno dei racconti che rileggo con piacere, soddisfatto del risultato. Spero sarà così anche per voi. Buona lettura.

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IL TUNNEL
Paolo Merenda
 
Questo bacio che hai dato non svanirà mai più (Orchestral Manoeuvres in the Dark)
 
 
Ci sono gallerie che restano buie. Non importa quanta potenza sprigionino i fari delle vetture che le attraversano: in alcune gallerie l’unica luce è quella che si vede lontana, all’uscita.
Tsutomu Yamaguchi giaceva in un letto d’emergenza, con gravi ustioni sul lato sinistro del corpo, ma poteva sorridere. Da poche ore aveva ricominciato a vedere. Sì, l’esplosione lo aveva anche accecato, ed era stata così forte da fargli temere di aver perso l’uso degli occhi. I medici lo avevano rassicurato, ma se ci si trova in un nascondiglio antiaereo, bloccato a letto, dopo una simile esperienza, non si ripone molta fiducia in nulla.
Non lo avevano rassicurato sulle conseguenze a lungo termine, però. Nemmeno ci avevano provato, il che paradossalmente gli dava una flebile speranza sulle ustioni, che forse sarebbero sul serio guarite.
Ora che aveva gli occhi per farlo, la luce in fondo al tunnel sembrava più vicina, di pochi passi ma indubbiamente più vicina.
Moltissime altre persone, un soldato si era fatto scappare l’inconcepibile numero di 130.000, non potevano dire la stessa cosa, anzi non avrebbero potuto dire più nulla. Tsutomu invece ci si era ritrovato dentro per caso, arrivato da poco a Hiroshima per lavoro.
Quella stessa mattina, il 6 agosto, appena poche ore prima, aveva un appuntamento per conto della Mitsubishi Heavy Industries. Era stato inviato dai supervisori in quanto progettista di petroliere, uno dei più bravi in seno all’industria, in una delle città all’avanguardia in tal senso. Non ricordava più nulla della sveglia, della colazione e del resto, fino all’autobus, dove la sua vita era cambiata.
Stava scendendo dal tram, questo lo ricordava, e ricordava anche le due persone che, evidentemente più frettolose di lui, lo avevano superato nella inevitabile corsa alle porte. Poi una luce fortissima, un boato terrificante e si era ritrovato all’interno del mezzo, incastrato tra due sedili. Le due persone frettolose erano spalmate sui finestrini: l’onda d’urto le aveva sbalzate indietro, ma trovandosi pochi passi più avanti si erano letteralmente aperte battendo la schiena contro le portiere che stavano per richiudersi.
Mentre perdeva i sensi, molto più in alto Paul Tibbets si rendeva conto delle conseguenze dell’azione. Il colonnello era partito con il suo equipaggio, a bordo del velivolo Enola Gay, per sganciare Little Boy su Hiroshima. Un lavoro come un altro in seno all’esercito, che ad alcuni elementi a bordo del Boeing B-29 andava più che bene, pur di farla pagare ai giapponesi. A lui non interessava tutto questo: era un militare e aveva una missione da compiere. Punto.
Ma nel momento in cui l’ordigno atomico esplodeva, lui vide. La voce fu poco più che un sussurro: «Mio Dio, cosa abbiamo fatto!»
 
La mattina successiva, nonostante il parere contrario dei medici e dei soldati, partì per la sede centrale della Mitsubishi, lasciando la distruzione portata dalla bomba atomica a Hiroshima.
Non poteva restare, non solo per il fallout nucleare, ma perché non avrebbe resistito un’altra notte in quel locale zeppo di feriti.
I suoi occhi funzionavano ormai abbastanza bene, stava camminando a forte velocità nel tunnel, verso l’uscita. Ecco, non voleva ammetterlo ma aveva centrato il punto: doveva ripartire, muoversi, tornando a una vita normale, per quanto possibile. E non lo avrebbe fatto restando in un letto fatiscente, ascoltando gli altri feriti che si lamentavano e che morivano. No, era un sopravvissuto, e voleva continuare a esserlo.
Lui, Tsutomu Yamaguchi, avrebbe voltato pagina. Sorrise al pensiero, fin quando la pelle sotto il mento si tirò troppo e gli fece male alle bruciature, ben fasciate e protette.
Si avviò verso la stazione mentre cercava un giornale, anche se dopo pochi passi rinunciò: gli bastava seguire i discorsi dei pochi civili nelle vicinanze, la versione giapponese dei morti viventi. Settantamila, centomila, centoventimila morti, un fungo atomico largo sei chilometri, ce n’era abbastanza per non voler leggere più nulla sull’argomento. Chissà, forse un giorno avrebbe scritto un libro sulla sua esperienza, anche se non aveva visto il fungo e in effetti non sapeva praticamente nulla di ciò che era successo. Ci si era “solo” trovato dentro.
A volte non serve sapere troppo, anzi è meglio il contrario. Quali sarebbero state le conseguenze per Hiroshima? E per gli altri sopravvissuti? Per lui?
Partì, senza temere nulla. Aveva già oltrepassato l’inferno.

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Per ora abbiamo finito, spero stiate apprezzando. Se volete continuare la lettura qui trovate la seconda parte.

martedì 31 dicembre 2013

Da Michael Schumacher ad Anderson Silva, un 2013 da dimenticare


C’è da dirlo: queste festività natalizie non hanno portato buone nuove agli appassionati sportivi italiani e di tutto il mondo.
Ho già parlato in un altro post dell’impressionante ruolino di marcia di Anderson Silva come peso medio nelle MMA: basta far riferimento a un solo dato, 7 anni da campione mesi medi nella UFC, maggiore federazione mondiale della disciplina. Ebbene, a luglio ha perso il suo titolo a favore di Chris Weidman, durante l’evento UFC 162, e nell’evento UFC 168 (so cosa pensate, il patron della federazione, Dana White, non ha molta fantasia) ha sfruttato il suo rematch, dopo aver detto in un primo momento che non voleva nemmeno usarlo.
In effetti, avrebbe fatto meglio a non tornare nell’ottagono: a metà della seconda ripresa è riuscito a spezzarsi di netto la tibia affondando un attacco al neocampione pesi medi, un infortunio impressionante da vedersi. Dato che già lottava con sufficienza da tempo, non so se avrà la forza di tornare nel ring, anche se sono convinto che si sarebbe ritirato comunque dopo questo match, in caso di mancata vittoria.
Altra questione riguarda l’ex ferrarista tedesco Michael Schumacher, ben più delicata. Ora, specifico che non amo parlare su questo blog di eventi in fieri, poiché tutto può cambiare da un momento all’altro e ciò che scrivo potrebbe contenere affermazioni che saranno smentite 10 minuti dopo la messa online dell’intervento.
In questo caso però faccio un’eccezione. Tutti ormai saprete dell’incidente occorso al sette volte campione mondiale: mentre effettuava un fuoripista, ha perso il controllo degli scii e ha sbattuto con la testa contro una roccia, spaccando in due il casco (che lo ha salvato da una morte istantanea) e provocando grossi danni alla testa. Al momento è in rianimazione, ma io credo che si salverà. È un atleta più che preparato, uno di quelli che se non muore sul colpo per un incidente, invariabilmente si salva data la preparazione fisica superiore.
Resta però il fatto che passerà molto tempo in ospedale, periodo a cui seguirà una riabilitazione che, in confronto, quella per la gamba rotta nel 1999 (anche lui la tibia, però destra invece che sinistra come per Silva) sembrerà la fisioterapia per un colpo di frusta. E dire che già riguardo l'incidente in Formula 1 del 1999 disse che era fortunato a essere ancora vivo.
Domani entreremo nel 2014, e magari Anderson Silva tornerà nell’ottagono e Schumacher farà una gara benefica dato che si sarà rimesso completamente. Statisticamente un’inversione di tendenza, senza altri infortuni gravi, non è una speranza, ma una previsione.