giovedì 9 febbraio 2017

Max Pezzali, un Gigante del Novecento


Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere il fumetto di Zerocalcare scritto per Wired (di cui trovate un’immagine qui sopra), che trovate integralmente a questo link, e ho ripensato quanto in effetti abbia ragione. Max Pezzali, e prima ancora il suo storico progetto 883, ha dato e continua a dare davvero l’impressione di essere un gigante della musica, nonostante forse nel panorama italiano ci siano cantanti più dotati. Questo accade perché tocca altre corde, è cresciuto con i trentenni attuali cambiando i temi trattati in base alla sua, e nostra, crescita.
Da piccolo ho apprezzato tantissimo pezzi come “Hanno ucciso l’uomo ragno”, “Nord Sud Ovest Est”, “Sei un mito”, “Ti sento vivere”, “Tieni il tempo” e “Gli anni”, tra le altre, perché parlavano di cazzeggio, o scoperte, o ancora primi amori, con un tocco di nostalgia già presente in uno dei suoi capolavori, “Gli anni”. Ciò che è riuscito a fare dopo il 1995, però, lo ha fatto diventare un vero gigante: “Nessun rimpianto”, 1997, comincia a trattare temi diversi, come il dolore che si prova quando finisce una storia d’amore, “Finalmente tu” il traguardo dell’amore dopo mille tentativi a vuoto, “Come deve andare” (2001) e “Lo strano percorso” (2004) parlano delle cicatrici dovute alle esperienze di vita. “Sempre noi”, duetto del 2012 con J-Ax, è un monumento malinconico a ciò che è stato, ma come molte canzoni di Pezzali finisce con uno sguardo ottimista al futuro.
Ha, in pratica, seguito la crescita degli allora giovani fan, oggi ormai adulti, che hanno messo da parte l’epoca delle feste sfrenate fino all’alba e oltre, che magari si sono sposati e hanno figli, e che riescono a seguire “lo strano percorso” della vita anche attraverso le canzoni di Max Pezzali.
Non ho scelto a caso la vignetta di Zerocalcare, altro personaggio che riesce a toccare le stesse corde emozionali: forse la sua opera più amata è “Kobane Calling”, ma se avesse esordito con quella sarebbe al massimo finita, tra i cultori del fumetto, nello scaffale di fianco a “Maus” di Art Spiegelman (e nonostante ami i lavori di Zerocalcare, è doveroso specificare che sarebbe accaduto per i temi trattati, non certo per la qualità, inferiore all’opera sull’Olocausto). Invece l’ha pubblicata dopo “La profezia dell’armadillo”, “Un polpo alla gola” (la mia preferita) e “Dimentica il mio nome”, zeppi di riferimenti a Ken il Guerriero, Jeeg Robot, I cavalieri dello Zodiaco, e tutto il mondo nel quale è cresciuto, lo stesso in cui sono cresciuti gli attuali trentenni, portando “Kobane Calling” nelle case di tante persone che non avrebbero nemmeno preso in considerazione un’opera del genere.
Ero indeciso se lasciarvi con il video di “Come mai” o “Una canzone d’amore”, ma ho optato per “Sempre noi”, pezzo impreziosito dalla presenza di J-Ax, artista che ho visto in concerto con gli Articolo 31 e di cui ho mancato un secondo concerto, da solista, perché quella stessa sera veniva presentata una mia pubblicazione in altra sede. Avevo praticamente già in mano i pass backstage, ma ci saranno altre occasioni, magari un concerto con entrambi i cantanti.


mercoledì 25 gennaio 2017

“Arrival”, perché il film è qui?



Nei giorni scorsi ho visto il film “Arrival”, nelle sale cinematografiche da poco più di una settimana. Fin dal primo momento ho pensato che mi ricordava un altro film, che nominerò tra breve, ma ho supposto fosse una mia impressione, seppur condivisa dal piccolo gruppo con il quale ero al cinema.
Ieri sera, spinto dalla curiosità di sapere cos’altro avessero fatto gli attori del film, ho cercato il titolo su google, trovando un articolo interessantissimo di movieplayer in cui si parla proprio dei punti in comune tra i due film, “Arrival” e “Interstellar”.
L’articolo lo trovate qui, e vi lascio alla sua lettura (in cui ci sono spoiler che in questo mio intervento non troverete, lo specifico per chi non ha visto i due film).
Prima, però, volevo dire che ho molto apprezzato entrambi, forse “Interstellar” un pizzico di più, ma per la garanzia data dal regista, quel Christopher Nolan di cui ho visto praticamente tutto da “Memento”, per me suo capolavoro, in poi. “The prestige”, “Inception” (uno dei primi che mi ha fatto rivalutare Leonardo DiCaprio su cui pesava il macigno “Titanic”), anche la trilogia su Batman, personaggio che di norma non seguo nei film, tutto ha palesemente la sua firma.
Dopo “Arrival”, però, dovrò mettere anche Denis Villeneuve tra i registi da seguire assiduamente, oltre al già citato Nolan, M. Night Shyamalan e qualcun altro. A proposito del regista de “Il sesto senso” in cui recita la leggenda vivente Bruce Willis, domani verrà distribuito nelle sale il suo nuovo e promettentissimo lavoro, “Split”, che cercherò di non farmi sfuggire.

giovedì 22 dicembre 2016

I concetti nobili di Concetta Mobili


Una notizia di inizio mese mi ha riportato alla mente altri eventi, e ho deciso di collegare le varie idee in un solo post. Ma partiamo dal principio.
Negli anni a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, imperversava il personaggio di Concetta Di Palma, meglio conosciuta come Concetta Mobili. Era la titolare dell’omonimo mobilificio di Casapulla, in provincia di Caserta, e divenne famosa per le particolarissime pubblicità che permisero, tra le altre cose, alla sua azienda di aumentare le vendite a dismisura.
Le si aprirono le porte della televisione, fu ospite di Maurizio Costanzo e di Piero Chiambretti, oltre che di Lino D’Angiò per una rete locale ma molto seguita, dove esprimeva i famosi “Concetti nobili di Concetta Mobili”. Una pagina televisiva che non saprei se definire esattamente trash o qualcosa di mai visto prima, una mistura tra diversi stili.
A ogni modo, la sua offerta maggiore era rivolta agli sposi, ai quali proponeva i mobili di tutta la casa a prezzi e condizioni che tagliavano fuori la concorrenza, inoltre tra i vari bonus c’era Mario Merola che cantava l’Ave Maria agli sposi o l’auto d’epoca “scappottabile” per il giorno del matrimonio. Quando voleva strafare, nelle pubblicità e in TV, per l’acquisto completo dei mobili offriva il ricevimento gratuito alla Sonrisa o il viaggio di nozze. Non so se abbia mai mantenuto la parola, ma non mi stupirei che fosse sul serio così, dato che era vulcanica, sempre, ma a suo modo onesta.
Il 24 aprile 2005 venne a mancare per un infarto, e da allora il mobilificio segnalato dal celeberrimo “vigile luminoso” vide colare a picco le vendite, senza la luminosità della prorompente Concetta. Meno di quattro anni più tardi, nel febbraio del 2009, il mobilificio dichiarò fallimento e venne chiuso. Un finale triste, ma sette anni dopo la storia sembra voglia ripetersi.
Altro personaggio campano noto, altri programmi televisivi, questa volta grazie a Real Time. Qui è andata in onda la controversa trasmissione “Il Boss delle cerimonie”, una sorta di reality ambientato nella struttura di Antonio Polese, la Sonrisa, la stessa che figurava tra i benefit di Concetta Mobili. Tra l’altro, prima che la Sonrisa diventasse famosa per la seconda volta, io ci sono stato per una cerimonia, e posso assicurarvi che quella ammirata in televisione è molto diversa da ciò che si poteva vedere prima.
Giusto un sunto velocissimo, dato che parliamo di storia recente, riguardo la Sonrisa. A inizio novembre, un mese e mezzo fa, i locali sono stati sequestrati per abuso edilizio, infine l’1 dicembre è morto Antonio Polese, mentre ancora si stava girando la quinta stagione del programma ambientato nel suo regno.
Il figlio ha detto di voler continuare e creare anche la sesta stagione, ma Antonio Polese e Concetta Mobili mi sembrano molto simili. Senza Concetta, quindi, il mobilificio è fallito. Cosa accadrà ora al programma e alla Sonrisa?
Non nutro molte speranze e mi dispiace, perché i simboli veraci di questa zona, per quanto magari non condivisi per diversi motivi da tutti, sono sempre meno, e mi piacerebbe vedere ancora in alto il simil-reality campano.


domenica 6 novembre 2016

Un film all’Inferno

In foto, Tom Hanks si chiede: “In che caspio di film sto recitando? Ho letto il libro, la storia era diversa”

Ci sono alcuni autori di cui mi tengo al passo con la loro produzione. Uno di questi, come chi mi conosce sa, è Stephen King. Un altro è Dan Brown, quindi non potevo lasciarmi scappare, già appena uscito, nel 2013, la sua più recente fatica letteraria, “Inferno”. Il quarto libro con protagonista il professor Robert Langdon lo vede di nuovo in azione nella penisola italiana, segno tangibile, dopo “Angeli e Demoni”, ambientato a Roma, che qualcosa del nostro paese gli è rimasto dentro.
“Inferrno” lo reputo la sua opera migliore, pensiero condiviso anche da alcuni scrittori e critici letterari con i quali ho parlato a lettura conclusa. Ragion per cui mi sono fiondato anche al cinema, quando l’omonimo film è uscito.
Da qui in poi cominciano gli spoiler, ma potete procedere tranquillamente se avete letto il libro e non volete vedere il film, o viceversa.
L’idea di fondo del libro è stata totalmente snaturata nel lungometraggio con Tom Hanks nelle eterne vesti del professore alla ricerca di intrighi storici. Il virus a cui lavora Bertrand Zobrist, scienziato preoccupato dalla sovrappopolazione mondiale, è il nodo focale della storia, e sembra prevedere una nuova peste in grado di decimare il numero di abitanti della Terra. Alla fine, dopo ricerche, fughe e pericoli in agguato, si scopre che il virus è già in circolo e tutto il mondo ne è infetto. Ovviamente Langdon e gli altri si chiedono quanto tempo gli resti da vivere, e qui il colpo di genio: nessuno morirà, nemmeno una singola persona: il virus renderà sterile un terzo della popolazione mondiale, in maniera puramente random. In più, restando latente nei due terzi restanti, i portatori sani, farà “ammalare” un esponente su tre della generazione successiva. L’obiettivo, raggiunto, è un controllo delle nascite eterno che eviterà la sovrappopolazione.
Nel film, non riesco neanche a immaginare la ragione del cambiamento, si pensa a un virus della peste e infatti, alla fine, il virus è totalmente divers... Ah no, è della peste. Un brutto film, perché troppo lineare, anche per chi non ha letto il libro, mentre è orrendo per chi si è innamorato del romanzo.
Altro punto forte del libro, la totale assenza di cattivi puri. Tutti quelli che sparano, o sparano a salve o proteggono un bene più grande, e il lettore è portato a stare dalla parte di Zobrist per il nobile fine che si è imposto, sacrificando per esso la vita. Nel film, ovviamente i cattivi sono lo scienziato e i suoi aiutanti, desiderosi di sterminare la razza umana dalla faccia della Terra.
Sienna, o quelli del Consortium (l’agenzia dislocata sulla nave e che protegge Zobrist dietro lauto compenso), o addirittura Vayentha, passando dagli altri, vengono tutti riabilitati alla fine del romanzo, tanto che il virus viene lasciato libero non solo per l’impossibilità di fermarlo.
Il libro e il film mi hanno ricordato la storia del primo “Nightmare”, 1984, rispetto al suo remake, datato 2010. Nell’originale, si lascia pensare allo spettatore che l’iconico Freddy Krueger sia un molestatore di bambini e invece, alla fine, si scopre che li tortura perché attirato dalla loro purezza, in quanto è il Male puro e assoluto. Nel remake, si lascia ugualmente pensare allo spettatore che Krueger sia un pedofilo e invece, alla fine... Sì, è un pedofilo. Si sentiva il bisogno di snaturare “Nightmare” e, al contempo, si sentiva il bisogno che il regista Ron Howard mettesse le mani così su questo lavoro di Dan Brown?

domenica 16 ottobre 2016

Ass Kicker, il super caffè viene dall’Australia


Nel gennaio del 2015 ho parlato delle Atomic Kick Ass, le cosce di pollo iperpiccanti mangiate più come una sfida che per gusto.
Una notizia che rimbalza da qualche settimana in rete tratta una bevanda dal nome simile, Ass Kicker, che tradotto significa più o meno “calcio in culo”. Un bar australiano, il Viscous Coffee, ha difatti inserito nel menu un caffè freddo davvero molto potente, i cui ingredienti sono quattro tazzine di caffè espresso, quattro cubetti di caffè congelato, 120 millilitri di caffè americano freddo e per finire quattro cubetti di ghiaccio speciali.
Una ricetta che ricorda il caffè in ghiaccio che si beve d’estate nel Salento, ma con molta più caffeina. Come spiega un esperto, un espresso contiene circa 60 milligrammi di caffeina, l’Ass Kicker 5 grammi, 80 volte tanto.
Come le Atomic Kick Ass, viene consumato più per sfida che altro, infatti il creatore giura che può tenerti sveglio per 18 ore, anche se bevuto in tre o quattro ore, come consigliato. Altra affinità con le cosce di pollo piccanti, viene accompagnato da un avvertimento medico.
Io sono un amante del caffè, riesco a berne all’una di notte e poi addormentarmi alle due al massimo, e quindi assaggiarlo mi incuriosisce, ma gli effetti sembra siano assimilabili a quelli di una droga eccitante, quindi non so se mi arrischierei. E voi cosa ne pensate?

domenica 25 settembre 2016

CM Punk e il ballo dei debuttanti


Ho atteso un po’ per scrivere questo pezzo: il 10 settembre CM Punk ha esordito nelle Arti Marziali Miste, direttamente nella maggiore federazione mondiale, UFC, argomento di cui ho già parlato qui.
La sconfitta, per mano di Mickey Gall, è arrivata al primo round, dopo 2 minuti e 14 secondi di lotta. Un inizio in cui ha gettato il cuore oltre l’ostacolo, lanciandosi contro il giovane avversario. Peccato che quest’ultimo lo abbia bloccato a terra in un lampo, e Phil Brooks non sia più riuscito ad alzarsi, cedendo dopo 2 minuti di pugni e prese di sottomissione. Più che l’esito dell’incontro, che come ho detto nel precedente intervento era il più verosimile, ho seguito le dichiarazioni di Dana White, patron della UFC. L’uomo ha detto che il prossimo incontro dell’ex wrestler campione mondiale non sarà nella sua federazione, che dev’essere un punto di arrivo e non uno stage per imparare.
Ho letto diverse critiche nei confronti di CM Punk, che non condivido. In realtà, ho atteso un po’ per scriverne, spulciando il suo profilo Twitter in attesa di risposta, che non è arrivata. Non ha commentato nemmeno la sua pazzoide moglie, l’ex wrestler AJ Lee e campionessa mondiale in WWE a sua volta, se si eccettua un “my hero” corredato da foto a fine incontro.
Non condivido le critiche perché in pratica lui ha chiesto a Dana White di lottare in UFC e l’altro ha accettato. Piuttosto, lo stesso proprietario della federazione è stato frettoloso sia nell’assumerlo sia nello scaricarlo, questo si può dire.
La domanda che ho da giorni e che, invece, voglio porvi, è: ha fatto bene a chiedere di debuttare lì, o avrebbe dovuto fare la gavetta in federazioni minori? Lascio a voi la risposta, non mi sono ancora fatto un’idea precisa.

domenica 28 agosto 2016

CM Punk: dalla WWE alla UFC, sempre al massimo


Come promesso la volta scorsa, rieccomi a parlare di MMA e nello specifico della sua massima federazione mondiale, la UFC. Le MMA rappresentano uno sport da sempre molto controverso, e quindi parto dallo scorso intervento, dato che nel frattempo sono sorte novità. Nonostante non ci siano conferme, sembra che The Beast, Brock Lesnar, vittorioso contro Mark Hunt, sia risultato positivo a un controllo antidoping, forse due. Ebbene, sempre che 1) la sostanza sia stata realmente assunta e 2) abbia di fatto deciso la sua vittoria, falsando il risultato, il cammino di Lesnar nelle MMA resta comunque superiore a quello di tantissimi altri fighter.
Dopo questa doverosa precisazione, passo all’argomento di questo pezzo, e voglio affrontare con voi il capitolo CM Punk, altro ex-wrestler WWE (compagnia simbolo del wrestling), approdato alla UFC, uno che sicuramente non corre rischi all’antidoping: segue la filosofia Straight Edge, ovvero niente droghe, alcol o eccessi di alcun genere, e anzi fino a qualche tempo fa era vegano, regime alimentare che ha dovuto abbandonare perché mal si sposava con i massivi allenamenti di wrestling o Mixed Martial Arts.
All’evento in PPV, UFC 203, il 10 settembre, affronterà Mickey Gall. Un suo pallino, le MMA, e da suo fan mi farà piacere poterlo ammirare anche nell’ottagono, ma a differenza di Lesnar, Punk a mio avviso non ha quella preparazione necessaria (intendo preparazione giovanile e di formazione, non quello che sta facendo in questi mesi). E comunque anche Lesnar ha perso all’esordio.
Ciò porta a un altro punto che mi rende dubbioso: The Beast Incarnate ha esordito nella UFC a 30 anni e mezzo, mentre Phil Brooks, ovvero CM Punk, ora, a quasi 38 anni; Lesnar ha avuto tempo per riprendersi dalla sconfitta grazie all’età, tempo che mancherebbe alla Straight Edge Superstar, tranne se il proprietario della UFC, Dana White, decida di sposare in pieno la sua causa tanto da riproporlo con lo status di perdente. Con Lesnar l’ha fatto, e lui è arrivato al titolo massimo, ma vorrà in caso ripetere la scommessa?
Guarderò il match del nativo di Chicago, sapendo che sia più probabile una sconfitta di una vittoria, ma calcolando anche che la sua determinazione potrebbe fargli superare l’ennesimo ostacolo.